DOGMAN
Giovedì 21 giugno
18:30
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Venerdì 22 giugno
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Sabato 23 giugno
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Domenica 24 giugno
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Mercoledì 27 giugno
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SINOSSI
In una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia, dove l’unica legge sembra essere quella del più forte, Marcello è un uomo piccolo e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toelettatura per cani, l’amore per la figlia Sofia, e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile che terrorizza l’intero quartiere. Dopo l’ennesima sopraffazione, deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello immaginerà una vendetta dall’esito inaspettato.

 

 

DURATA   1:40′
GENERE   Drammatico

Valutazione Pastorale
Le prime immagini mettono paura per la rabbia e la cattiveria che sprigionano quegli esemplari di cani affidati alla cura di Marcello. Paura e immediata repulsione: le stesse che emergeranno più avanti quando a provocarle saranno quegli esseri umani capaci di una malvagità ancora maggiore. Umani ma non troppo, in realtà rappresentanti di una tipologia caratteriale che ha perso ogni dignità e scelto di regredire al livello della ferinità più bieca. Comincia un po’ in sordina questo amaro apologo di Garrone, che resta dalle parti dei suoi titoli precedenti e affonda l’obiettivo dentro la carne viva della persona indifesa per farne emergere grida di dolore e malesseri esistenziali. Ad un certo punto, il copione fa un taglio netto, una cesura tra un prima e un dopo: quando Marcello aiuta l’amico a compiere la rapina nel negozio accanto al suo, e poi, scoperto e messo alle strette, non fa nomi, non firma, sconta un anno di carcere senza battere ciglio. Dopo, si può dire che prenda il via un altro film: quello in cui il futuro di Marcello si tinge di un colore indefinibile, a metà tra il perdono, la vendetta, l’amicizia nascosta. Qui Marcello farà in modo che nella gabbia del cane il posto sia preso da un uomo e che il percorso della verità sia smarrito e ridotto a cenere e smarrimento. Non c’è riscatto, non c’è rivincita. Non c’è nemmeno un risollevarsi interiore. Marcello trascina un corpo senza vita finchè ne ha la forza, poi si ferma e si guarda intorno. Desolata e selvaggia, la campagna si stende solitaria. Nessuno, non una presenza di essere umano: ma chi sono e dove sono gli altri? Marcello si sente (ed è) solo, vuoto, privo di forza di reazione. Nessuno lo sente, nessuno lo aiuta. Un freddo senso di solitudine blocca anima e cuore. La condizione umana naviga tra incertezza e abbandono, e noi possiamo osservare impotenti e provare, semmai, ad alzare un po’ di più gli occhi. Come aveva fatto Zampanò nella sequenza conclusiva della Strada felliniana.
Dal punto di vista pastorale, il film è da valutare come complesso, problematico e adatto per dibattiti.